Pubblicato da under su 18 Dicembre 2006
Quante lettere ho smarrito nella mia vita.
Quante lettere non ho mai inviato, e quante invece avrei fatto meglio a scrivere.
Nel mio bilancio delle cose che non ho fatto, metto anche il peso delle cose che non ho detto. Quante porte diverse avrebbero aperto questi pensieri inespressi. E quante amicizie o amori avrei avuto e magari quanti in più ne avrei vissuti. E quante persone in più avrei conosciuto.
Dietro le parole perse e non dette c’è una vita altra che potenzialmente non ho vissuto.
Anche qui, nel blog, ne ho perse. Le ho perdute senza scriverle.
I motivi sono tanti e nessuno quasi mai importante.
Ho perso cose spesso per mancanza di tempo. Nel tempo che non ho, che non ho abbastanza, e che vorrei usare per conoscere e ancora conoscere.
Ma il tempo che abbiamo è segnato da un numero finito e stretto di conoscenza e di amore. Il tempo della vita intendo.
Il caso e non altro segna l’esistenza.
E la qualità del tempo che vivremo non è segnata dalla vita vissuta o dagli anni, ma dalla quantità di vita persa e non accumulata.
Dedico questo post alle mie lettere già scritte o pensate, ma non inviate.
E’ stato bello pensarle, inevitabile fermarle.
Quante vite possiamo avere? Quante parole possiamo spendere?
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Pubblicato da under su 11 Dicembre 2006
Uno scrittore è colui che passa anni alla paziente ricerca del secondo essere al suo interno, e del mondo che lo rende la persona che è: quando parlo di scrivere, la prima cosa che mi viene in mente non è un romanzo, una poesia o una traduzione letteraria, è una persona che si chiude in una stanza, si siede a un tavolo e, da solo, si concentra su se stesso, tra le sue ombre, costruisce un mondo nuovo con le parole.
Si deve sentire l’impulso irresistibile a fuggire la gente, la compagnia, la consuetudine, la quotidianità e chiuderci in una stanza. E’ il desiderio di chiuderci in una stanza che ci spinge all’azione.
Orhan Pamuk 2006
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Pubblicato da under su 4 Dicembre 2006
L’altro è la mia ossessione. L’altro è l’ossessione di molti. L’altro è la nostra ossessione.
Non mi sento a mio agio ultimamente,io mi sento naturalmente diverso. Ma abito in una città ostile al concetto dell’altro. Lo dico senza pensare solo al razzismo, che dell’ossessione per il diverso o per l’altro si nutre. Rifletto sulla difficoltà che si ha nel semplice rapporto con gli altri. Se a Milano un uomo saluta per strada si pensa a cosa voglia vendere. Se una donna lo fa, si pensa a cosa miri. Se un arabo guarda, si mette mano al portafoglio. Se un vecchio lo fa, pensiamo alla sua pazzia.
Nessuna elemosina o carità ipocrita ci riporterà in sesto.
L’altro fa paura. E’ la prova di un’umanità inesistente e divisa.
Forse furbi, forse sconfitti, forse solo indifferenti.
E’ rivoluzionario ribellarsi alla paura. E’ ormai rivoluzionario ricordarsi sempre dell’esistenza dell’altro.
La coscienza dell’altro è il mio atto politico più forte.
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