Understatement

Archivio per Aprile 2007

Nebbia, ‘45

Pubblicato da under su 25 Aprile 2007

20061211191127_streetfogCammino per Milano, il rumore dei miei passi mi spaventa. Non mi sono mai abituato alla paura. Dicono che sia un bene, che sia stata la mia salvezza fino ad oggi. Sarà certamente così, e mi dico spesso che se ogni volta avessi il tempo di riflettere sarebbe forse la fine. Ma conosco i rischi e il mandato: devo collegare i gruppi, organizzarli. E’ questo che ora serve.

Ci siamo, lo sento,  non può mancare molto alla fine della guerra. Non è l’orgoglio o l’ideale a dirlo. Lo sento nell’aria, lo respiro in questa nebbia di febbraio che odora di freddo e di marcio. Il fisico nucleare, che sono, direbbe che nulla puoi temere da molecole di acqua perfettamente ordinate e raggruppate fra loro e che il freddo sputa fuori dall’aria. A cosa può valere questa spiegazione mentre la tensione mi irrigidisce? Verrà il vento, dicono e cambierà tutto.
Sono stanco, mi pesano questi dieci anni di fughe e ora non sono tranquillo. La nebbia è un impaccio. Non esser visti equivale a non vedere.

Ed io voglio vedere.

Ecco piazza Baracca, ora non resta che aspettare che lui arrivi, da vigliacco mi dia la soffiata e pensare ai nuovi ordini. Mi aspettano al Comando provvisorio, oggi stesso.
Sento delle voci soffocate dietro di me, mi volto, lo vedo. Mi chiama e rispondo, non faccio in tempo nemmeno ad avvicinarmi e intuirne i lineamenti, quando spuntano di fianco tre figure di cui distinguo solo i mitra. Vedo squarci di luce gialla, il rumore lo sento appena dopo, insieme al dolore. Apro la bocca, aspiro la nebbia con violenza. Vorrei prendere forza ed invece sento solo la paura. Tutta la paura sin qui sfuggita, che paziente e vile si presenta tutta insieme. E mi rallenta e mi sorprende. Mi trascino in un portone. Troppo tardi, troppo lento. Mi sono sopra, il tempo di udire che mi urlano qualcosa, e non sento più nulla.

Per Eugenio Curiel morto nel febbraio

1945 in

un portone a Milano, due mesi prima della liberazione.

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Un dono che non ho

Pubblicato da under su 16 Aprile 2007

Pasolini_3Lontano dalla Pasqua. Lontano da suggestioni e da date che ogni blog perfetto sembra debba sempre rispettare, quasi che fosse obbligo tenere scadenze, più che pensieri: rifletto su un tema che mi è caro, e mi è caro nel modo più inusuale e inatteso, per me non credente, agnostico perfetto e  irriducibile.

Ho visto “Centochiodi” e Olmi mi ha colpito duro. Mi ha colpito il coraggio di quel Cristo umano e accusatore. Nel cercare conforto, o forse spiegazioni, mi sono immenso ancora una volta nel mio amato Pasolini e in quel suo mistico e poetico e rivoluzionario “Vangelo secondo Matteo” . Ne parlo con cognizione e pensiero, perchè il bisogno di fede che c’è in ognuno di noi, mi ha sempre spiazzato. Io che non capisco cosa sia avere fede, della fede subisco il fascino, ne percepisco il dono che non ho avuto: e ne deduco che sia questo il suo mistero e la cosa che mi tiene a distanza. Non capisco un mistero che non deve avere soluzione, e davanti all’irrazionalità io non ho mai spiegazioni e misura. Però rifletto sul Cristo di Olmi umano e accusatorio, rifletto sul Cristo rivoluzionario e poetico di Pasolini, mi chiedo se allora non sia vero che sia più facile che un ateo si avvicini alla religiosità vera di un Cristo umano avendo, come misura della religiosità, il divino possibile che nell’umanità può esserci con il suo carico di idealità, disperazione, volontà e speranza. Non mi pongo il problema dell’esistenza di Cristo, e nemmeno di quella di Dio, ma di un Cristo umano, forse senza saperlo, se ne sente il bisogno.

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Stare lontano.

Pubblicato da under su 4 Aprile 2007

GermanyiiSpesso mi prende un desiderio di stare lontano. Non è la banale voglia di scappare, fuggire in posti inverosimili, abbandonare le difficoltà, lasciare le delusioni. Spesso io abbandono me stesso e come reazione allontano tutto da me. Siamo sempre così indulgenti verso noi stessi, eppure questo è un lato nuovo di me che mi sorprende. E’ come se non riconoscessi niente di quello che mi muove da sempre: l’impegno, l’amore, la voglia. Stanco e insofferente verso ciò in cui credo e penso di essere.

C’è chi fugge in altri mondi, io sto solo lontano, contento alla fine quando torno: perchè so che è qui da me che voglio stare.

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