Understatement

Archivio per Ottobre 2007

Scandire il tempo.

Pubblicato da under su 28 Ottobre 2007

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Io ho molte aspettative.

Non c’è nulla di male, credo. Le ho sempre avute, realizzate abbastanza, fallite molte. Potrei farne a meno?  Mi domando quanti modi possano esistere per scandire il proprio tempo. Molti utilizzano i rimpianti. C’è invece chi utilizza i ricordi o le delusioni. Non sono così, mi sembra un modo rassegnato di pensare il tempo. Una strana tendenza, sempre troppo precoce, a vedere quanto è già stato compiuto per poi tirare le somme. Bilanci indipendenti dall’età, e che spesso si tirano senza avere le idee chiare su cosa sia più giusto desiderare.

Altri invece, più positivi forse, si misurano con le speranze, con i progetti. E’un bel modo di scandire la vita. Si guarda avanti. Ma non sempre si resiste alla delusione, quando arriva.

Mi sento in un momento di strano oblio, dove lo scetticismo mi impedisce di avere progetti certi, ma dove invece il mio ardore e il mio spirito mi negano qualsiasi rassegnazione.Allora mi dico che ho aspettative. Cose diverse dalle speranze, dove la fortuna ha sempre un ruolo.
Vivo e mi misuro con le mie aspettative, il dramma è averne sempre di nuove e sapere di non arrivare mai a nulla di definitivo.
Ma cos’è la vita ideale se non un tentativo vano di raggiungere tutto il possibile?

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Desiderare di stare bene.

Pubblicato da under su 22 Ottobre 2007

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E’ un desiderio semplice, ma è anche un concetto inafferrabile.
Non penso alla felicità o all’essere soddisfatto: non lo sarò mai. Mai completamente, intendo dire. La felicità non dura mai molto e solo gli stupidi sono sempre felici.
Insomma, stare bene.  
La si metta così: nessuno di noi sa dove la vita lo porterà, quello che sappiamo però è dove non vorremmo andare. E in questo nostro illudersi c’è tutto lo spirito e la voglia di sopravvivere di cui siamo capaci. In ognuno di noi c’è una palude che non vogliamo ancora visitare, in cui non vogliamo ancora andare a pescare.
Ecco per me stare bene è rischiare, fare, sperimentare, battere la testa, vivere.
Tutto, pur di lasciare lontana la palude.
  

Dopo quell’albero, il fiume entrava nella palude.
Ora Nick non aveva voglia di andarci. Lo infastidiva l’
idea di camminare nella palude con l’acqua fino alle ascelle, di prendere grosse trote in posti dov’era impossibile tirarle a riva. Nella palude le rive erano brulle, i grossi cedri si univano sopra la testa, il sole non penetrava, salvo che a tratti; nell’acqua rapida e profonda, nella mezza luce, pescare sarebbe stato una tragedia. Pescare nella palude era una tragica avventura. Nick poteva farne a meno. Oggi non aveva più voglia di scendere a valle.

Si alzò in piedi sul tronco, con la canna e il guadino appesantito dalle trote, poi entrò nell’
acqua e sguazzò verso la riva, Si arrampicò sulla sponda e tagliò per il bosco, verso il rialzo nel terreno. Tornava al campo. Si voltò indietro. Il fiume, tra gli alberi, si vedeva appena.
Aveva tutto il tempo che voleva, per pescare nella palude.
”Grande fiume dai due cuori”
Ernest Hemingway

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Partecipazione!

Pubblicato da under su 14 Ottobre 2007

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E adesso cosa devo pensare? Tre mesi a arrovellarmi. In controtendenza rispetto all’indifferenza usuale che regna intorno. E riflettere su come non mi ritrovavo, quanti distinguo, quante differenze, quanti fastidi nel vedere personaggi insopportabili. Poi un effetto pernicioso, che non riconoscerò mai, dettato da miei anziani amici. Amici che hanno fatto le lotte in fabbrica e hanno visto la guerra ecc. ecc. Socialisti come era mio padre, oppure ex PCI come sono stato io. L’effetto dell’obbligo a non disperdere la possibilità a partecipare attivamente alla politica nel suo farsi. E votare, partecipare. E me lo devono dire i vecchi. Ora mi toccherà pure darmi da fare per smentire tutti i miei dubbi. E non pentirmi.

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Un cuore grande

Pubblicato da under su 7 Ottobre 2007

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“Davvero pensavi non ti chiamassi più? Davvero?”
E mostra sicurezza, mentre dall’altra parte sente la diffidenza di lei crescere. Sente la paura della donna che teme di dovere dare credito ancora, per l’ennesima volta.
“Io non ho mai smesso di pensare al nostro amore, e se ora pensi che non abbia coraggio abbastanza, sbagli…”
E mentre lui lo dice, si accorge di non crederci nemmeno. E lei lo sa.
“Ti chiedo solo di accettarmi così per quello che posso dare, non posso fare diversamente. Io ho un cuore grande, ma il resto è fragile. E non regge. Non regge davanti a quello che tu vuoi da me.”
E usa frasi scontate e ridondanti, quasi a coprire con banale enfasi l’assenza di ragioni vere. La sente dall’altra parte, mentre man mano si fa silenziosa, mentre la speranza lascia il posto alla delusione, al disincanto.
Ma lui continua a giustificarsi, e in turbinio di parole ancora ricorda a lei del suo cuore grande, del suo amore devastante, che lo ha colto, imprevedibile e destabilizzante.
Lei lo ascolta in silenzio. Ascolta la sua triste commedia, ne intuisce la fuga.
Non è la prima volta che la fragilità di un uomo la delude. Non è la prima volta che un uomo scappa da lei.
Dopo rifletterà anche su questo, ora pensa solo al cuore grande di lui e alla sua grande tragica inutilità.

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