Pubblicato da under su 30 Dicembre 2007
Riconosco che il mio carattere è strano. E mentre tutti stanno allestendo la loro personalissima lista di desideri per l’anno nuovo, io invece penso solo alle cose che quest’anno mi ha dato. E’ un esercizio che per molti non è necessario. Io stesso non perdo mai tempo su ciò che è stato o sarà. Ho obiettivi grandi, ma visione così ristretta nel tempo. Forse mi è caro l’adagio che vuole inutile avere grandi aspettative e lanciarle troppo in là col tempo, quando basta un nulla, un granello di sabbia per piegare caso e desiderio in senso opposto o alternativo o imprevedibile. Forse la mia è saggezza, forse è solo istinto di sopravvivenza. Quest’anno mi ha dato molto. Tralascio il buon lavoro che faccio, i litigi vari, l’avversione immutata verso un genere di cose e comportamenti. Trattengo l’amore, la passione e l’inquietudine e la voglia di fare che nella mia vita difficilmente mancheranno mai.
Tengo allora in risalto un sentimento di intensa leggerezza che una persona mi ha dato, ogni giorno per molti giorni, avendo solo l’idea concreta di esserci e comunicare a me, e con me, pensieri, notizie, musica e stralci di vita. Persona adorabile che mi darà del ruffiano e mi maledirà – beh, me lo merito.
Ma a cui dedico irreversibilmente questo pensiero.
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Pubblicato da under su 23 Dicembre 2007
Salvo l’emozione dei bambini, perchè butterei così solo una bella parte dei miei ricordi. Ma il resto no, non lo tollero molto. Sarà un’impressione, ma sembra sparita da questo Natale anche la solidarietà apparente. Quella sana, limpida, falsa ipocrisia che si manifestava in questi giorni, scompariva presto, ma che creava una bella e posticcia giustificazione a tutto. Forse è solo un atto di verità. Forse dovremmo anche essere contenti di questa manifestazione di orgoglioso disinteresse. Ma mi appare tutto stanco e inutile, come anche la critica a questo egoismo consapevole, a cui io stesso non sono immune. La nausea avanza, e non abbiamo più anticorpi. Non basterà nemmeno il Natale a pulire via tutto.
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Pubblicato da under su 17 Dicembre 2007

Quando conobbi Alfredo, gli chiesi che lavoro facesse. Non mi rispose subito, vidi che pensava a cosa dire per non creare imbarazzo a nessuno di noi, allora studenti universitari viziati e senza problemi. Pensai a una forma di pudore, a un riserbo suo personale. Mi disse che l’azienda in cui lavorava faceva molle. E nulla più. Lo rividi qualche mese più tardi, in centro. Mentre discutevamo di amici comuni vidi che aveva le dita delle mani sporche di nero. Un nero profondo, come quando metti le mani nel motore e il grasso aderisce ai polpastrelli in modo così tenace che neppure il lavaggio più accurato riesce a pulire. Gli chiesi di nuovo che lavoro facesse, così, per capire meglio. Lui non rispose, ma mise le mani in tasca e tirò fuori alcune molle metalliche. Avevano diverse grandezze e dimensioni, ma nessuna così grande da non potere stare in una tasca e in una mano. Mi disse con grande enfasi come lui le facesse da anni. E di come fosse importante la tempra e la scelta dell’acciaio a seconda che la molla fosse più utile per quel tal scopo o per quel tal altro macchinario. Mi mostrò poi la più piccola di queste molle, e mi disse di come avesse messo a punto un modo per farla ancora più resistente. Me la mostrava con orgoglio, mentre vedevo che anche le pieghe della mano erano marcate indelebilmente dalla limatura metallica. Lui fabbricava molle, le produceva insieme a decine di altre operai, nel suo reparto, nella sua fabbrica. Una truppa, un esercito di persone invisibile. Che non vediamo, solo perchè ci dicono che ormai non esistono più o perchè in tv ci vanno di rado.Salvo poi che capiti che alcuni di loro muoiano, proprio nell’euforia nauseante delle Feste, e che gli invisibili ridiventino improvvisamente concreti. E che ci chiedano conto di tutta la volgarità e di tutta l’indifferenza del nostro vivere insieme. Di tutte le cose che non sappiamo più vedere.
Allora ripenso a Alfredo e a tutta quella dignità racchiusa in una mano.
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Pubblicato da under su 10 Dicembre 2007

Visse chiuso in casa gli ultimi trent’anni della sua vita. Non si poteva dire che fosse un uomo triste. Chi lo vide sorridente alla finestra o sulla poltrona nella penombra del tinello, pensò solo fosse un po’ tocco. La madre accudì con dedizione a quel figlio eccentrico, almeno fino a quando lei fu in vita. Poi la compassione di qualche vicino, i risparmi della madre o la cura interessata della custode lo sostennero per tutti gli anni rimanenti. Nessuno poté dire perchè a un certo punto decise di chiudersi dentro casa. Fu solo follia, alcuni ripeterono, ma più in là con le ipotesi non andarono mai e molti lo dimenticarono. Fino a quando morì, almeno. Dicono con molta pienezza d’animo. Al capezzale lo sentirono sussurrare, nella fessa approvazione dei pochi presenti, che lasciava il mondo con serenità. Che se ne andava felice per averla sempre scampata bella. E , cosa assai più importante, contento, davvero contento, che per tutto quel tempo non gli fosse mai successo niente.
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Pubblicato da under su 3 Dicembre 2007

C’è della violenza sottile intorno a noi. Parole, messaggi, comportamenti che ci circondano e che diventano nostri, malgrado noi, malgrado i nostri pensieri. Cerco con notevole sforzo di mantenere la lucidità, e non è detto che ci riesca. Resistere alla violenza delle parole non è solo rispondere con altre parole. E’ compiere atti e far seguire alle parole gesti.C’è una parola che da ieri mi risuona in testa ed è una parola gentile, elegante: sobrietà. Essere sobri. So che forse prima o poi mi verrà proposto di cambiare cellulare. E quella auto mi piace molto, so che il mio pc non regge Vista, so che mi attrae da tempo quell’orologio. So che potrei permettermeli, so che sono un privilegiato, anche se non sono ricco. Ma resisto alla violenza leggera che mi circonda, resisto alla tentazione indotta che leggera e subdola viene istillata come inevitabile. E’ noto che se bastava consumare per essere, ora sembra che la frenesia sia aumentata e che occorra desiderare prima ancora che possedere. Il possesso non esaurisce più il desiderio, e se non desideri non sei. Per uno che si interroga, mille cedono. Depuro per un attimo il pensiero da qualsiasi retorica, pur virtuosa e necessaria, rimane forte un’idea necessaria di sobrietà, di resistenza. Di coscienza di se.
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