Understatement

Archivio per la categoria ‘Milano’

Guardate sotto i cartelloni.

Pubblicato da under su 30 Settembre 2007

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Guardate sotto, vi chiedo. Guardate sotto i cartelloni. Sulla strada. Dove fluisce la vita vera. E scorrono le persone e con loro le tensioni, le storie, i problemi. Come spesso accade, quasi a certificare la distanza dei benpensanti dalla realtà, si discute la visione di una modella anoressica e si discute sullo scandalo che provoca. Sulla brutta immagine cittadina che comporta. E ci si dimentica del problema. Sindaco e voi altri, togliete pure i manifesti scandalo, oppure voi altri gridate pure alla lesa maestà e alla censura dell’arte. Un’arte puttana, furba e un po’ volgare. Ma non dimenticatevi  del problema. Se siete capaci, ma non lo siete, accantonate il disappunto perbenista e affrontiamo il marcio di un nostro mondo che ci vuole solo perfetti e belli. Scarti da buttare o da evitare se non conformi al modello. Ma se questo è il problema, sarà lui a sommergerci presto.Sarà facile passare dall’indignazione all’angoscia in assenza di anticorpi contro la banalità.

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Mi hanno rubato in casa

Pubblicato da under su 23 Settembre 2007

Mi hanno rubato in casa. Capita. Capita in una città come la mia dove è forte la tensione fra chi ha cose e chi non ne ha. E’ stata la banda dei rumeni acrobati. Li hanno definiti così i carabinieri. Con tono quasi poetico. Manifestandomi invece così solo la loro impotenza, tanto che non mi hanno promesso nulla, salvo stare a disposizione dell’assicurazione: in una sciocca e sterile burocrazia del dopo furto, dove non c’è indagine e nemmeno speranza di ritrovare i miei oggetti cari. E ora?  Mi pongo domande circa la mia pervicace e convinta tolleranza verso gli immigrati, verso il bisogno di integrazione vera. Che riflessioni dovrò fare d’ora in poi? Ne avrei diritto. Potrei urlare con odio. Sarei giustificato, avrei anche la prova e con lei la possibilità di lasciarmi andare all’insulto. Non ci riesco. Sono un ingenuo? Forse. Forse sono solo coerente.

Ora che sono entrato di diritto nella statistica dei furti, la verità è che per me non cambia niente. Non deve cambiare. Nessuna guancia da porgere, solo coerenza e principio. Certo rimane il gran disappunto e un sentimento di violazione pesante. Ma non ci sarà nessun odio facile e liberatorio.  Non arriverei a niente. Non mi restituirebbe niente.

So solo che l’odio non ha mai risolto nessun problema.

 

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Fermarsi e vedere.

Pubblicato da under su 13 Settembre 2007

all’angolo 

Arriva al semaforo con la bottiglia e l’acqua saponosa dentro.  Non gli sembrava vero all’inizio, ed è rimasto sul ciglio della strada per quindici minuti buoni. A vedere Walid, che ha riconosciuto all’altro lato, che insieme a un altro strofina veloce i parabrezza. E’ rimasto a studiarli per tutto il tempo prima di decidersi ad andare nel suo angolo buono. E’ la prima volta che ci prova, e trova subito un posto, pensa. Forse davvero la città gli porta bene. Le macchine passano a scatti nervosi. Appoggia dietro al palo giallo del semaforo la bottiglia e prepara la spazzola.  La prospettiva delle auto dal davanti è diversa. Non vede i visi, confusi nei riflessi del vetro. Vede i gesti con le mani. Intuisce volti al cellulare o dietro a un giornale aperto in tutta fretta. Pochi abbassano il finestrino. Inquadra una giovane donna, sembra ben disposta,  forse solo distratta. Lui pulisce veloce il parabrezza dell’auto, prima che scatti il verde. Quelli dietro suonano e lui si sposta. Lei riparte veloce.

Walid ora dall’altro lato ha preso a fare dei gesti. Si agita come volesse avvertirlo, ma senza farsi vedere, e senza mai perdere d’occhio l’altro compagno che nel frattempo abborda un’utilitaria. Che vorrà, si chiede, lo conosce appena. L’ha visto fuori dalla stazione al suo arrivo e nulla più. L’ha riconosciuto perchè viene dal suo villaggio e gli ha detto che qui si arrangia lavando i vetri delle auto. E lui che altro non sa fare, ha pensato di fare uguale. Ora mentre propone, senza esito, un lavaggio di vetro di un’auto sporca di polvere e insetti, sente strappare lo spazzolone, ne sente il bruciore sul palmo. Gli dicono due tizi che lì non può stare, che il posto non è suo. Hanno faccia sporca e pantaloni con grandi macchie. Ma non sono marocchini, forse romeni come ne ha visti nei campi durante la raccolta. Lui non capisce. E’ a Milano da ieri e non ha niente, né soldi né altro. Ma nell’italiano prepotente e incerto dei due, intuisce che quel posto è destinato a altri. Che cosa vuol dire? Lui è lì per primo. Lo spintonano, il suo spazzolone urta la bottiglia che si svuota sull’asfalto fra schiuma e bolle. Si ribella, e gli altri ancora più forte lo sbattono a terra di lato. Un giovane, con i capelli stopposi e una gamba più corta, spunta da dietro una siepe e prende posto nel suo angolo, ponendo fine a un misero conflitto dove la pietà non c’entra.  Gli automobilisti lì vicino nel frattempo sfrecciano. Senza guardare. Timorosi solo che passi il verde e che non siano per questo obbligati a fermarsi.

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